Vederla dormire mi riconcilia con le mie stesse viscere. Poggiata sui miei cuscini, tra le mie lenzuola, con la mia maglietta a coprirla. Soltanto Roma non è mia, ora. Piuttosto io sono suo, noi siamo suoi; indulgente, ha spento il traffico e placato il sole, solo per noi, forse. Questo letto è sempre troppo piccolo, ma a vedere la lunga parentesi morbida che vi riposa sopra sembra non sia mai esistito giaciglio migliore. Non ho ancora il coraggio di entrare anch'io in quella zattera progettata apposta per lei da un ignoto designer svedese chissà dove, chissà quando.
La lampada della scrivania è accesa. come la piccola luce che illumina gli spartiti del direttore d'orchestra; due metri di penombra, e poi la luce della lampada sul comodino, che invade con discrezione il letto come un palco. Stasera dirigo io, e ho scelto una musica dolce, il suo amato Chopin. Mi fa male pensare che non posso fermare il tempo qui e ora: lei felice, io con la penna tra le mani, come non succedeva da non so più quanto tempo ormai. Siamo stati tristi, tanto tristi. Ma a volte basta un'occasione piccola piccola a ricordarsi che siamo stati anche felici, tanto felici. E intanto le lenzuola a piccole valli e collinette si sollevano ritmicamente per poi tornare giù, come a rassicurarmi: "continua a scrivere, la proteggiamo noi...".
Quanto di tutto ciò sopravviverà? Non più di quanto è sopravvissuto delle notti in cui mio padre ha scritto di mia madre, o del momento in cui mio nonno (io sessanta anni fa) impreziosì una sua foto in divisa con la dedica: "A Maria, ti penso sempre. Con tanto affetto, tuo Vittorio". Li sento tutti qui, quegli attimi, giusto un palmo sopra le mie spalle: vogliono leggere ciò che scrivo di loro, sono vanitosi ed egoisti come la mente che li sta immaginando.
Ieri ho sentito nostalgia di casa, ora mi sembra che la vera casa sia questa notte intima di dolci riflessioni. Lei e la notte: un doppio rifugio mi attende, in quell'unico angolo della mia stanza che ora abbia un senso.